Quest’anno come mai la contesa tra i festival estivi è accesa. Il più grande festival metal (ma non solo) italiano si è diviso in due, c’è chi dice per precise richieste degli stessi gruppi, (si vocifera che Ozzy non voglia assolutamente incontrare Ronnie James Dio), c’è chi sostiene che serva per permettere al pubblico di prendere fiato tra giornate così pesanti. Personalmente sarei più per la seconda, dato che alla fine del concerto sono tornato a pezzi, non solo perchè 12 ore sotto un palco alla fine si fanno sentire, ma soprattutto perchè il giorno prima della data a cui ho assistito (ovvero il 2 Giugno, giorno dei Motley Crue, Velvet Revolver, Scorpions e compagnia bella) era stato buio e diluvio, quindi il terreno dell’Idroscalo di milano era soltanto fango e pozzanghere e ovviamente nulla è stato fatto dagli organizzatori per rimediare alla cosa. Voglio lasciarvi soltanto immaginare il lezzo da lazzaretto che si alzava e la pesantezza che si avvertiva ad ogni passo. Quello che a questo punto ognuno di voi si chiederà è: ne è valsa la pena? Cercherò di rendervelo chiaro con la seguente cronaca.
Premetto che sono arrivato a mezzogiorno e quindi non ho fatto in tempo a vedere nè i Sinestesia nè i DGM, ma sono arrivato in tempo per sentire la performance degli Anathema. A proposito di tempi, un piccolo inciso: mai festival estivo fu più preciso negli orari, i gruppi hanno rispettato tutti la tabella oraria, così come gli organizzatori, da questo punto di vista, nulla da dire.
Sin dalle prime note si intuisce immediatamente l’intenzione degli Anathema, cioè chiudere con il passato, infatti i pezzi da loro proposti sono estratti esclusivamente dagli ultimi album, dal periodo figlio dei Radiohead e dei Pink Floyd: si susseguono quindi ‘Fragile Dreams’, ‘Closer’, ‘A Natural Disaster’, quest’ultima con l’aiuto della splendida voce femminile di Lee Douglas che anche nel disco omonimo impreziosisce la composizione. Poche le sbavature, in una tracklist che ha fatto la felicità di ascoltatori come me, ma che ha davvero scontentato i loro fan di vecchia data. In chiusura i fratelli Cavanagh ci presentano la cover dei Pink Floyd ‘Comfortably Numb’, ben riuscita e apprezzata dal pubblico, che pur sotto il sole di mezzogiorno e impantanato nel fango ha gradito non poco.
Dopo la breve pausa è il turno dei Symphony X, band prog-metal che si presenta con un Sir Russel Allen carico all’inverosimile e davvero di ottimo umore, tanto da mettersi a scherzare dopo il straordinaro capitombolo che regala agli occhi della platea inciampando su una spia. Sulle qualità effettive dei nostri ci sarebbe ben poco da dire, ma purtroppo una chitarra molto satura (forse troppo) e dei volumi regolati davvero male hanno impedito al pubblico di godere appieno della performance degli americani. Il quintetto di New Jersey ha inoltre presentato alcuni brani del prossimo nascituro ‘Paradise Lost’, brani molto energici che almeno dal vivo sembra abbiano retto molto bene il confronto con il passato in una scaletta ben bilanciata tra classici e nuovi pezzi.
Ai Symphony X seguono i Dark Tranquillity, freschi del nuovo cd ‘Fiction’, con uno Stanne ridotto all’osso, ma davvero in grande forma e di ottimo umore. Come si sa, i Dark Tranquillity ormai sono veri animali da palco e e loro performance sono sempre piene di adrenalina. Ogni tanto si sente qualche piccolo errore, ma credo sia passato assolutamente nel dimenticatoio quando a susseguirsi sono canzoni come ‘The Wonders at Your Feet’, ‘The new Build’, oppure l’immancabile ‘Punish My Heaven’ che genera il delirio tra il pubblico. Ottima la scaletta che attinge da ‘The Gallery’ sino a ‘Fiction’, il tutto compatibilmente con i cinquanta minuti messi a disposizione dalla Live. I Dark Tranquillity fanno molto bene il loro compito, senza mai strafare, questo ad alcuni potrà pur sembrare un difetto, per il loro fan è sicuramente segno di affidabilità.
E’ il turno dei Dimmu Borgir, band norvegese che a mio modesto parere definire semplicemente una band black metal sarebbe riduttivo. La band capitanata dal sempre verde (sarebbe corretto dire sempre nero) Shagrath è forse la più penalizzata dal fatto di esibirsi in pieno giorno, ma i nostri non si abbattono assolutamente, forti di una formazione davvero di alto livello. Dopo l’immancabile intro, i Dimmu propongono la bellissima ‘Progenies Of The Great Apocalypse’ eseguita in maniera davvero magistrale, soprattutto da un Hellhammer dietro le pelli che da solo potrebbe fare gridare al miracolo. Gli estratti dal nuovo ‘In Sorte Diaboli’ sono diversi, tra cui spicca la tiratissima ‘Chosen Legacy’; non mancano ovviamente pezzi del repertorio estratti dai vari ‘Spiritual Black Dimension’ oppure ‘Enthrone Darkness Triumphant’ ed è appunto con la storica ‘Mourining Palace’ che i Dimmu decidono di chiudere il loro show, tra gli applausi del pubblico. I Dimmu Borgir sono ormai da anni la punta di diamante dalla scena estrema, tra i loro ranghi militano musicisti che hanno fatto la storia del black come Hellhammer e ICS Vortex, che insieme al grande Shagrath è stato davvero carismatico e trascinante per tutta l’esibizione.
Sono le 17:30 e sul palco salgono i Blind Guardian, attesi da una miriade di fan che indossano le loro magliette pronti ad assistere alla performance dei propri beniamini. Sono un fan di vecchia data del gruppo, speravo in una performance davvero di alto livello, ma, nonostante una scaletta ben congeniata che attingeva soprattutto dal passato (solo due le canzoni del nuovo ‘A Twist in the Myth’, coscienti forse del fatto che l’ultima release è un disco a dir poco scellerato, almeno per chi scrive), lo show risulta essere il peggiore della giornata. Sentire Hansi Kursch cantare in modo pessimo è quantomeno disarmante. Le canzoni sono sicuramente bellissime, d’altra parte come non potrebbero esserlo perle come ‘Valhalla’ oppure ‘The Script for My Requiem’ tanto per citarne due, ma lo smacco per una prestazione così opaca è davvero forte. Un ultimo appunto sul nuovo batterista, come direbbero a Roma: ‘Aridatece Thomen’: non c’è davvero ombra di paragone. I Guardian, a dispetto di ciò che possano pensare i fan di ultima data o i più giovani, sembrano avviati verso l’oblio.
L’atmosfera comincia a scaldarsi attorno alle 19:20, ora alla quale sono previsti i Dream Theater, che puntuali si presentano sul palco, grandi ovazioni per i 5 di New York, una breve intro composta da un medley sapientemente architettato tra le varie song dei diversi cd della band e poi la prima canzone. Chi come me si attendeva uno show con diversi must tratti dai vari cd e qualche pezzo a presentazione del nuovo cd ‘Systematic Chaos’, uscito da pochi giorni, è stato smentito dagli americani: la prima canzone è ‘Pull me under’, cantata a squarciagola da tutti ed eseguita magistralmente, e alla fine della stessa il cantante ci svela che la band eseguirà interamente il cd ‘Images & Words’ (considerato dai più il miglior cd dei Dream Theater). E’ immaginabile la enorme gioia di tutti i presenti alla notizia, neanche il tempo di riprenderci che arrivano di fila tutti gli altri pezzi dell’album targato 1992, da ‘Another Day’ sino a ‘Learning to Live’. Non voglio neanche tediarvi e raccontarvi canzone per canzone quanto questi pezzi siano stati eseguiti con una perizia che non ha eguali sulla scena odierna, di quanto Mike Portnoy sia stato impressionante dietro le pelli, di quanto John Petrucci sia stato chirurgico nelle ritmiche ed assoli, o di quanto sia stato preciso John Myung, soprattutto non voglio scadere nel fare un paragone tra il sempre rimpianto Kevin Moore e l’ottimo Jordan Rudess (continuo a sostenere che si tratti semplicemente di due stili differenti, ma ognuno qui ha da dire la sua). Mi preme piuttosto dire quanto la prestazione dello spesso sottovalutato singer James LaBrie sia stata straordinaria, al di là di ogni rosea aspettativa: più volte il pubblico ammirato ha voluto far seguire all’ennesimo acuto un sonoro applauso. Alla fine di ‘Learning to Live’, mancavano ancora alcuni minuti per completare l’ora e mezza che i nostri avevano a disposizione, tempo che non è andato assolutamente sprecato, ma che è stato impiegato nell’esecuzione di ‘Home’ e ‘As I Am’, entrambe cariche di energia e di adrenalina, che hanno permesso ai presenti di perdere definitivamente la voce prima della pausa di ristoro, in attesa degli Heaven & Hell. Non vi è molto da aggiungere, se non che se fossi stato un fumatore, alla fine dello show dei Dream avrei sentito il bisogno di fumare una sigaretta, perchè si sa… dopo ci vuole la sigaretta.
Fervono i preparativi e si prepara lo stage per gli Heaven And Hell, che diciamolo, hanno provato ad ingannarci con quel nome, ma signori, davanti a noi si sono presentati niente meno che i grandiosi Black Sabbath del cd ‘Heaven And Hell’ (in realtà manca Bill Ward che ha abbandonato il progetto ad un mese dalla sua nascita, al quale è subentrato un altro batterista storico dei Sabbath, cioè Vinny Appice). Entrano un apparentemente imbalsamato Tony Iommi e uno scintillante (per via del vestiario) Ronnie James Dio. Quest’ultimo ci tranquillizza immediatamente sulla sua tenuta vocale (non dimentichiamoci che si tratterebbe, almeno secondo alcune ricostruzioni, non ci è data certezza, di un quasi sessantacinquenne) con un acuto formidabile: a quel punto i fan si guardano negli occhi e capiscono che lo show è davvero iniziato. Sembra di essere nel 1981, quando tra la folla che inneggia al singer i nostri sciorinano diversi pezzi da ‘Mob Rules’, da ‘Dehumanizer’ e da ‘Heaven And Hell’, con un Iommi che seppur statico offre una prestazione di grande livello, insieme al fido Geezer Butler, strepitoso come sempre. Nulla di impossibile, anche l’assolo di Appice, se confrontato con i preziosismi di Portnoy sembra quasi cosa facile, ma è incredibile come poche note riescano a trascinare tutti, compresi i più giovani o coloro che non conoscono i vecchi Sabbath. Il resto del concerto offre emozioni che non hanno tempo, una piccola nota per le canzoni ‘Die Young’ e ‘Heaven And Hell’ sicuramente tra le più conosciute, con quest’ultima offerta al pubblico come una piccola suite, che vede il grande Dio sugli scudi e mai domo nel mostrare il famoso gesto delle corna da lui inventato. Dopo un piccolo break la band termina il proprio show con ‘Neon Knights’ tra gli applausi della folla. Show strepitoso da parte di un gruppo di ‘vecchietti’ che ha scritto la storia del rock e del metal, unica pecca: hanno terminato qualche minuto prima rispetto al previsto, ci aspettavamo sicuramente qualcos’altro. Lascio a voi qualsiasi commento sulla bontà della reunion e sulla voglia dei quattro di fare musica insieme, a dispetto di quello che sembra il reale ed unico obiettivo: il denaro. Dando seguito a ciò che ho detto sopra: adesso ci vorrebbe almeno un sigaro.
Ultima considerazione, il prezzo del biglietto era non indifferente, ma credo di aver speso raramente i miei soldi in maniera migliore.
Pubblicato da custo